Impero su impero

Oggi è l’anniversario storico della fondazione del più grande impero della Storia: secondo lo storico Varrone la fondazione di Roma sarbbe avvenuta il 21 aprile del 753 a.C..
A quasi 28 secoli di distanza l’impero esiste ancora: sto leggendo - e non ho ancora terminato - un libro semplicemente geniale, un vangelo della politica postmoderna. Si intitola “Impero” ed è stato scritto da Antonio Negri e Michael Hardt (Rizzoli, Milano 2002).
Secondo Negri, uno dei soci fondatori di “Potere Operaio†e, successivamente, del gruppo Autonomia che ha lavorato insieme a molti altri autonomisti famosi (Raniero Panzieri, Mario Tronti, Sergio Bologna, Romano Alquati, Mariarosa Dalla Costa e François Berardi) e ha scritto per Futur Antérieur con persone del calibro di Paolo Virno, sostiene che nella politica postmoderna esiste un impero senza limiti di spazio nè di potere.
L’impero non è più quello classico (il cui stereotipo è chiaramente l’impero Romano) perchè non è più fondato sui confini e sul classico potere, evidente e fondato solamente sulla forza; ” il concetto di Impero non rimanda a un regime storicamente determinato che trae la propria origine da una conquista ma, piuttosto, a un ordine che, sospendendo la storia, cristalizza l’ordine attuale delle cose per l’eternità â€.
L’impero non è neanche l’imperialismo: “L’Impero emerge al crepuscolo della sovranità europea. Al contrario dell’imperialismo, l’impero non stabilisce alcun centro di potere e non poggia su confini e barriere fisse. Si tratta di un apparato di potere decentrato e deterritorializzante che progressivamente incorpora l’intero spazio mondiale all’interno delle sue frontiere aperte e in continua espansione. L’Impero amministra delle identità ibride, delle gerarchie flessibili e degli scambi plurali modulando reti di comando. I singoli colori nazionali della carta imperialista del mondo sono stati mescolati in un arcobaleno globale e imperialeâ€.
L’impero è fondato su un potere biopolitico, non cioè fondato solo sulla forza ma che agisce solo condizionando la produzione (sociale e materiale), la vita e i desideri degli individui. Ogni tentativo di sfuggire l’impero non fa che compattarlo, aumentandone il potere; la forza non serve a nulla in un impero così strutturato.
L’analisi è lucida e incredibilmente originale. Nonostante il libro sia ormai vecchiop di cinque anni è incredibile trovare rinvi continui alla cronaca internazionale - dalla guerra in Irak al terrorismo islamico - e la validità permanente dell’analisi (che, per ammissione dello stesso autore arriva fino alla prima guerra del Golfo).
“Siete soltanto un mucchio di anarchici, ci dirà qualche nuovo Platone. Ma non è vero. Saremmo degli anarchici (come Trasimaco e Callicle, gli immortali interlocutori di Platone) se non ragionassimo dal punto di vista della materialità costituita nelle reti della cooperazione produttiva – o, in altre parole, se non ragionassimo dalla prospettiva di un’umanità che si costituisce produttivamente attraverso il ‘nome comune’ della libertà . No, non siamo anarchici, siamo comunisti che hanno visto in quale misura la repressione e la distruzione dell’umanità siano state portate avanti dai big government socialisti e liberali. E abbiamo anche visto come tutto ciò venga ora riesumato nel governo imperiale, nel momento in cui i circuiti della cooperazione produttiva hanno reso la forza lavoro nel suo complesso capace di autocostituirsi in governo”.
Leggetelo, ne vale davvero la pena.