Uno spettro si aggira per l’Europa

22 Aprile, 2006

Cosa Sua

Archiviato in: Giustizia — Roberto @ 7:55 pm

In questi giorni si è riaccesa, dopo mesi di silenzio, l’attenzione sulla Mafia: l’arresto di Provenzano hanno solleticato la variabile attenzione dell’opinione pubblica.

E’ notizia di ieri che 13 boss siano stati condannati per le stragi di Capaci e Via D’Amelio - in cui persero la vita Falcone e la moglie, Borselino e le rispettive scorte - all’ergastolo: Salvatore Montalto, Giuseppe Farinella, Salvatore Buscemi, Francesco e Giuseppe Madonia, Giuseppe Montalto, Carlo Greco, Pietro Aglieri, Nitto Santapaola, Mariano Agate, Giuseppe Calò, Antonino Geraci e Benedetto Spera;ai due collaboratori di giustizia, Antonino Giuffré e Stefano Ganci, invece, è stata inflitta una condanna rispettivamente a 20 e 26 anni di reclusione; assolto con la formula «il fatto non sussiste» invece Giuseppe Lucchesi.

Queste le parole e i fatti di mezza Italia, quella che combatte la mafia, nemica del benessere e della legalità - che, badate bene, vanno di pari passo - e che, a rischio della propria vita, cercano di assicurare alla giustizia i mafiosi ma anche di tagliare i legami della mafia con il mondo dell’economia e della politica, con i salotti buoni, che le consentono di riciclarsi nel mondo postmoderno.

L’altra metà d’Italia, quella che ha interesse che di Mafia non si parli, o se ne parli solo come un fantasma con la coppola e la lupara, sta tramando perchè Andreotti diventi il prossimo presidente del Senato.

Andreotti lo ricordo, è stato prosciolto dal reato di associazione a delinquere soltanto perchè fino al 1980 il fatto è prescritto a causa della concessione delle attenuanti generiche; per i fatti successivi al 1980 la corte di Cassazione (non un covo di stalinisti ma la corte più conservatrice per storia e tradizione), ha ritenuto che non vi fosse fatto criminoso.

Un  uomo Andreotti che per i giudici ha partecipato al reato associativo (con Cosa Nostra) “non nei termini riduttivi della mera disponibilità, ma in quelli più ampi e giuridicamente significativi di una concreta collaborazione, sviluppatasi anche attraverso l’opera di Lima, dei Salvo e di Ciancimino, oltre che nella ritenuta interazione con i vertici del sodalizio (basti pensare, ancora una volta, il suo riferimento alla vicenda Mattarella [Andreotti sapeva del piano per uccidere Lima ma non denunciò in alcun modo l’episodio N.d.R]), la cui valenza sul piano della configurabilità del reato non è inficiata dalla considerazione che la soluzione realmente adottata non fu quella politica da lui propugnata, ma quella omicidiaria da lui avversata.”

Un sette volte del consiglio, per carità; un uomo che ha governato (e non è questo il punto di critica) e probabilmente anche bene l’Italia. Ma con una macchia indelebile, una vicinanza accertata con i vertici di cosa Nostra (Bontade p.e.), che non dovrebbe consentire a nessuno di fare il suo nome per la seconda carica dello stato.

Qui non c’è garantismo che tenga, che si possa invocare: i processi sono finiti, le sentenze definitive. I fatti accertati e le responsabilità indelebili non hanno portato ad una pena detentiva solo per il tempo trascorso (la prescrizione). Questo toglie la responsabilità penale, ma non quella politica, di un uomo che mentre faceva carriera politica con i voti degli Italiani e con la fiducia verso lo stato, ma che alle spalle dello stato parlava e “flirtava” con Cosa Nostra.

di questo gli italiani devono essre edotti. Di questo gli italiani meritano un risarcimento: che Andreotti non ricorpà più cariche istituzionali, tantomeno non elettive, quindi non controllabili nè sindacabili dall’elettorato. Il riscarcimento non sarebbe comunque sufficiente.

Se il dott. Andreotti dovesse diventare Presidente del Senato,non solo non riuscirei mai a votare più per chi ha consentito un simile spregio delle istituzioni, ma non potrei neppure più riconoscere potere ad uno stato che con una mano accerta la verità e con la’ltra la nasconde e anzi la umilia.

21 Aprile, 2006

Impero su impero

Archiviato in: Politica estera — Roberto @ 6:12 pm

Oggi è l’anniversario storico della fondazione del più grande impero della Storia: secondo lo storico Varrone la fondazione di Roma sarbbe avvenuta il 21 aprile del 753 a.C..

A quasi 28 secoli di distanza l’impero esiste ancora: sto leggendo - e non ho ancora terminato - un libro semplicemente geniale, un vangelo della politica postmoderna. Si intitola “Impero” ed è stato scritto da Antonio Negri e Michael Hardt (Rizzoli, Milano 2002).

Secondo Negri, uno dei soci fondatori di “Potere Operaio” e, successivamente, del gruppo Autonomia che ha lavorato insieme a molti altri autonomisti famosi (Raniero Panzieri, Mario Tronti, Sergio Bologna, Romano Alquati, Mariarosa Dalla Costa e François Berardi) e ha scritto per Futur Antérieur con persone del calibro di Paolo Virno, sostiene che nella politica postmoderna esiste un impero  senza  limiti di spazio nè di potere.

L’impero non è più quello classico (il cui stereotipo è chiaramente l’impero Romano) perchè non è più fondato sui confini e sul classico potere, evidente e fondato solamente sulla forza; ” il concetto di Impero non rimanda a un regime storicamente determinato che trae la propria origine da una conquista ma, piuttosto, a un ordine che, sospendendo la storia, cristalizza l’ordine attuale delle cose per l’eternità”.

L’impero non è neanche l’imperialismo: “L’Impero emerge al crepuscolo della sovranità europea. Al contrario dell’imperialismo, l’impero non stabilisce alcun centro di potere e non poggia su confini e barriere fisse. Si tratta di un apparato di potere decentrato e deterritorializzante che progressivamente incorpora l’intero spazio mondiale all’interno delle sue frontiere aperte e in continua espansione. L’Impero amministra delle identità ibride, delle gerarchie flessibili e degli scambi plurali modulando reti di comando. I singoli colori nazionali della carta imperialista del mondo sono stati mescolati in un arcobaleno globale e imperiale”.

L’impero è fondato su un potere biopolitico, non cioè fondato solo sulla forza ma che agisce solo condizionando la produzione (sociale e materiale), la vita e i desideri degli individui. Ogni tentativo di sfuggire l’impero non fa che compattarlo, aumentandone il potere; la forza non serve a nulla in un impero così strutturato.

L’analisi è lucida e incredibilmente originale. Nonostante il libro sia ormai vecchiop di cinque anni è incredibile trovare rinvi continui alla cronaca internazionale - dalla guerra in Irak al terrorismo islamico - e la validità permanente dell’analisi (che, per ammissione dello stesso autore arriva fino alla prima guerra del Golfo).
“Siete soltanto un mucchio di anarchici, ci dirà qualche nuovo Platone. Ma non è vero. Saremmo degli anarchici (come Trasimaco e Callicle, gli immortali interlocutori di Platone) se non ragionassimo dal punto di vista della materialità costituita nelle reti della cooperazione produttiva – o, in altre parole, se non ragionassimo dalla prospettiva di un’umanità che si costituisce produttivamente attraverso il ‘nome comune’ della libertà. No, non siamo anarchici, siamo comunisti che hanno visto in quale misura la repressione e la distruzione dell’umanità siano state portate avanti dai big government socialisti e liberali. E abbiamo anche visto come tutto ciò venga ora riesumato nel governo imperiale, nel momento in cui i circuiti della cooperazione produttiva hanno reso la forza lavoro nel suo complesso capace di autocostituirsi in governo”.

Leggetelo, ne vale davvero la pena.

20 Aprile, 2006

No Martini, no condom

Archiviato in: Chiesa e religione — Roberto @ 6:14 pm

Ho sempre adorato il Cardinal Martini: quando l’ho conosciuto parecchi anni fa, con poche parole ad un bambino abbastanza emozionato, ha dimostrato sensibilità e intelligenza. Inutile dire che il nuovo vescovo di Milano non ha prodotto lo stesso effetto, anche se molto dipende dal tempo che è trascorso tra i due incontri e la disillusione maturata verso le gerarchie ecclesiastiche.

Ci sono posizioni della Chiesa che non concepisco: la Chiesa ha tutto il diritto di tenerle ferme, nessuno può distoglierla dal suo pensiero. Tuttavia penso che sia compito di un’istituzione così importante insegnare alle persone (e ai credenti in questo caso) che i preconcetti sono sempre sbagliati, a prescindere dal loro contenuto.
Non si possono avere preconcetti, neppure se ci si crede infallibili.

Uno di questi preconcetti inconcepibili è l’avversione per il condom (profilattico, per intendersi) : la Chiesa - e quelche “setta” religiosa che inizia con la C e finisce con la L ne ha fatto motivo di vanto e di distinzione - ha sempre detto che l’unico metodo possibile per i fedeli per difendersi dall’AIDS è l’astinenza. Gloria a Dio nell’alto dei cieli, ma niente sesso quaggiù.

Il Cardinal Martini, in un’intervista a L’Espresso apre un capitolo nuovo, definendo il condom “il male minore” e spiegando che la questione principale è se “convenga che siano le autorità religiose a propagandare un tale mezzo di difesa, quasi ritenendo che gli altri mezzi moralmente sostenibili, compresa l’astinenza, vengano messi in secondo piano”. Non pretendo che siano i preti a distribuire i profilattici in Africa, mi accontento che non li vietino.

Ma non è l’unica apertura: Martini apre anche all’”adozione” degli embrioni da parte di donne single “laddove si tratta di decidere della sorte di embrioni altrimenti destinati a perire e la cui inserzione nel seno di una donna anche single sembrerebbe preferibile alla pura e semplice distruzione. Mi pare che siamo in quelle zone grigie in cui la probabilità maggiore sta ancora dalla parte del rifiuto della fecondazione eterologa, ma in cui non è forse opportuno ostentare una certezza che attende ancora conferme ed esperimenti”

E lo stesso vale per le adozione da patrte dei single. Mortini lascerebbe “ai responsabili di vedere quale è la migliore soluzione di fatto, qui e adesso, per questo bambino o bambina. Lo scopo è di assicurare al massimo di condizioni favorevoli concretamente possibili. Perciò quando è data la possibilità di scegliere occorre scegliere il meglio”. Niente preclusione dunque.

Resta fermo il No all’eutanasia ma Martino non se la sente di “condannare le persone che compiono un simile gesto su richiesta di una persona agli estremi e per puro sentimento di altruismo, come pure quelli che in condizioni fisiche e psichiche disastrose lo chiedono per sé.”

La differenza tra queste posizioni e quelle sorte nel mondo teocon e nella mente del nostro (vostro, loro?) papa è netta: non tanto per il merito delle scelte e delle interpretazioni dottrinali, quanto per la posizione di apertura mentale, priva di paletti dogmatici insensati, ricolta al dialogo e non alla contrapposizione.

Anche questo è relativismo?

19 Aprile, 2006

Roma caput mundi

Archiviato in: Politica interna, Giustizia — Roberto @ 8:34 pm

In questi giorni il Palazzaccio è il vero ombelico del mondo: da lì passa il futuro politico del nostro paese per due motivi tra loro diversi.

Innanzi tutto la Cassazione ha comunicato i risultati definitivi delle elezioni 2006. E le boutades di Silvio e c. sui brogli si sono rivelate frignacce; a ciò si aggiunge la conferma che Caldeoli non sa leggere nemmeno ciò che scrive.

Risultati definitivi alla Camera dei Deputati: BERLUSCONI SILVIO voti n. 18.977.843, PRODI ROMANO voti n. 19.002.598. Più o meno le stesse cifre del Viminale.E i brogli? E gli errori?

Speravo vivamente che tutto finisse con i risultati definitivi. Invece no, avanti con ricorsi al Tar (e che contro una sentenza della Cassazione si possa ricorrere al Tar ho i miei dubbi giuridici più che di opportunità) e polemiche.

Ma davvero vogliamo far decidere anche le elezioni ai giudici? I giudici decidono già i campionati di calcio, qualche volta la composizione delle Camere, sconvolgono la Finanza e sono sufficientemente esposti alle polemiche. Uutto ciò che fanno, sia chiaro, è legittimo e finanahce doveroso. Il problema non è la decisione del giudice ma il ricorso stesso al giudice per risolvere questioni tutt’altro che giuridiche.

Sarebbe meglio che Berlusconi e i suoi ammettessero la sconfitta (che oggettivamente c’è stata ed è stata voluta dal popolo italiano), Silvio si dimettesse econsentisse un passaggio istituzionale rapido. Forse così si garantirebbe anche una possibilità di arrivare al Quirinale.

Con le minacce spacca il paese più di quanto non abbia già fatto, fa brutta figura (e la fa fare all’Italia che torna la Repubblica delle Banane) e sopratutto rischia di produrre conseguenze inimmaginaili.

La Cassazione si è anche sprecata a dar torto a Calderoli - cche poi è inutile come cacciar le mosche in una stalla - argomentando che la lista è stata ammessa e perciò non si possono “buttar via” i voti espressi per una lista validamente apparentata e ammessa dal Viminale e dalla Cassazione (principio di economia degli atti, per chi studia giurisprudenza). E anche se si potesse non vi sarebbe alcun motivo per farlo dato che non esiste nessuna norma che imponga ad ogni lista di presentarsi in almeno due circoscrizioni.

In un’altra aula del Palazzaccio anche Cesare Previti combatteva la sua battaglia, contro la condanna in appello per il caso Imi-Sir. E perdeva, almeno il primo scontro: la corte si è infatti riservata di decidere in Camera di Consiglio sulla richiesta di sospendere il processo in attesa del verdetto della Consulta sulla legittimità costituzionale della disciplina provvisoria della Ex-Cirielli (che si applica solo ai processi che al momento dell’entrata in vigore fossero in primo grado di giudizio), legge che eviterebbe la condanna all’ex avvocato del Premier per via della sopravvenuta prescrizione.

La sentenza è attesa per venerdì prossimo e potrebbe essere definitiva se la Cassazione decidesse di confermare la sentenza dìappello che condannava Previti a 6 anni di reclusione e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici (che impedirebbe anche il suo ingresso alla Camera). Del processo Imi-Sir Lodo Mondadori mi occuperò anche nei prossimi giorni in modo più approfondito.

Leggi il ricorso di Previti qui

Leggi il comunicato della Corte di Cassazione qui

P.s. Tremaglia è stato colto da un attacco di Arterioscelrosi: non sa più contare (siamo messi maluccio un ministro non sa leggere, l’altro non sa contare… uno non sa tacere). Per lui un senatore si è spostato dall’Unione alla Cdl e il centrosinistra non avrebbe più la maggioranza. Peccato che il senatore di cui parla TRemaglia non fosse conteggiato nella maggioranza dell’Unione (158 + 156 fa 314, al Senato di sono 315 posti, uno è un senatore indipendente eletto all’estero). Quindi al Massimo si va 158 a 157, senza contare i senatori a vita… Tremaglia, rimandato a Settembre (magari 8 settembre…)

18 Aprile, 2006

Roma e Palermo

Archiviato in: Giustizia — Roberto @ 6:34 pm

Si è aperta ufficilamente la corsa al posto di Porcuratore Capo di Palermo, capitale di grossi interessi giudiziari, punto nevralgico per controllare l’antimafia insieme al posto di Procuratore Nazionale Antimafia.

Su quest’ultimo il governo Berlusconi ha saputo mettere le mani con il celeberrimo emendamento Bobbio che escluse Giancarlo Caselli, strafavorito per il posto di vertice nella PNA, dalla corsa per limiti d’età.

Anche sul posto di Procuratore capo a Palermo non mancano - come non sono mancate storicamente - le pressioni politiche che certo conidzioneranno la nomina.

All’interno del Csm i dubbi montano: le correnti non si sono ancora schierate ma sembra quasi certo ormai che il nome uscirà da Unicost, corrente moderata nel Csm. I principali candidati provengono infatti tutti da quella corrente.

Emergono alcuni nomi di cui cerco di tracciare un breve ritratto:

* Il primo nome, rigorosamente in senso alfabetico, è quello di Fracesco Messineo, sesantenne procuratore di Caltanissetta, che ha condotto le indagini sulle stragi del 1992 ma che ha una macchia importante nel suo curriculum: il fratello è stato rinviato a giudizio per truffa ai danni dello Stato a Palermo.
L’impediemtno non viene tanto da un fratello indagato (ciascuno paga solo e soltanto per i suoi reati), quanto dal fatto che si troverebbe a guidare l’ufficio che reppresenta l’accusa contro suo fratello.

*  Poi Guido Lo Forte, procuratore aggiunto di Palermo, considerato un Casellinao, aderente a Unicost. Ha seguito per l’accusa il processo Andreotti anche se con la gestione Grasso non si occupa più di mafia.

* Il terzo nome è quello di Renato Papa, 57 anni , procuratore aggiunto di Catania, delfino di Giuseppe Gennaro, leader di Unicost e procuratore aggiunto anche lui a Catania. Non si è mai occupato più di tanto di mafia ed è ricordato più che altro per la sua astensione nelle votazioni tra Meli e Falcone (per la nomina a capo dell’ufficio istruzione di Palermo, poi venne nominato Meli per motivi d’anzinità).

* Dopo l’arresto di zio Binnu Provenzano che ha condotto, è saltato fuori con forza il nome di Giuseppe Pignatone, Grassiano di Unicost, procuratore aggiunto a Palermo. Oltre che per la cattura di Provenzano è ricordato per gli appunti su di lui nelle agende di Falcone (tutt’altro che gratificanti), per le accuse a suo padre di collusione con i Buscemi e per le sue dimissioni quando a Palermo c’era Caselli, in polemica con il metodo del pool di allora.

*  Infine non si può dimenticare Nicola Pace, il più anziano dei quattro, coordinatore dell’ufficio antimafia e procuratore di Trieste (si occupa perciò di mafia da un punto di vista un po’ periferico).

Non posso eslcudere - non si può eslcudere mai nulla quando si parla di nomine del Csm - la nomina di eventuali outsider (perchè non sperare che venga nominato Antonio Ingroia?).

D’altronde non penso che si possa arrivare all’elezione già nel prossimo Csm, speriamo prima di quello estivo. Certo la cattura di Bernardo Provenzano potrebbe essere il miglior biglietto da visita per Pignatone, sopratutto per l’impatto mediatico.

17 Aprile, 2006

Reintegrate quei tre…(e gli altri)

Archiviato in: Informazione — Roberto @ 5:40 pm

Giuseppe Giulietti e l’associazione Articolo21 hanno pubblicato in uqesti giorni un appello per la reintegrazione di Biagi, Santoro e Luttazzi, epurati - lo ricorderete - da Berlusconi dalla Bulgaria.

Pubblicandolo aderisco in pieno a quanto dice Giulietti sull’Unità: serve una legge seria sulla televisione che garantisca da un lato l’indipendenza della Rai dal potere politico e dalla lotizzazione e dall’latro il pluralismo con un serio tetto antitrust.

Non so quanto sia così possibile fare simili riforme con una maggioranza così risicata: si può però inserire qualche articolo qua e là che modifichi la Gapsarri e la Frattini. Già così si possono ottenere buoni risultati (p.e. riducendo il tetto antitrust o le norme per l’elezione del cda Rai p.e.).

IL TESTO DELL’APPELLO

“Il nostro Paese ha la necessità di una legge sul conflitto di interesse. Una legge che ci permetta di essere un normale paese europeo. Sarà il governo presieduto da Romano Prodi a darci questa legge. Ed è lo stesso Prodi che ha affermato come non ci sia interesse dell’Unione a vendette ma a far diventare Berlusconi un cittadino ordinario, con gli identici diritti e doveri di tutti i cittadini italiani.

Nel frattempo riteniamo essenziale e non più rinviabile, sanare le vendette del passato, quelle che hanno colpito, su precisa richiesta di Silvio Berlusconi, Enzo Biagi, Michele Santoro, Daniele Luttazzi e poi a seguire, dopo Sòfia, i tanti autori, registi, attori, comici dai volti più o meno conosciuti che sono stati epurati.

Le vendette del passato non hanno solo colpito donne e uomini che non hanno mai nascosto di appartenere ad una cultura politica diversa da quella della vecchia maggioranza, ma anche persone che si sono solamente distinte, per buon senso, a scelte di maggioranza che volevano perseguire la logica del pensiero unico della comunicazione. Pensiamo a tutti coloro che in questi anni sono stati costretti a lavorare ai margini e che, poiché allontanati, non hanno potuto dare il loro contributo ideale e artistico alla Rai, maggiore azienda culturale del Paese e a tutto il mondo della comunicazione e a quello più vasto dell’espressione.

Chiediamo al Consiglio di amministrazione della Rai, al Presidente Claudio Petruccioli e al direttore generale Alfredo Meocci di sanare immediatamente questa situazione, dando modo agli italiani di rivedere quel che per cinque anni non hanno più potuto vedere”

Articolo di Giulietti:http://www.articolo21.info/notizia.php?id=3462

Per sottoscrivere l’appello: http://www.articolo21.info/appelli_form.php?id=66

Per vedere chi l’ha sottoscritto: http://www.articolo21.info/appelli_firme.php?id=66

16 Aprile, 2006

Massimo dell’inciucio

Archiviato in: Politica interna — Roberto @ 6:28 pm

D’Alema ha detto l’altro giorno in un’intervista al Corriere della Sera:

Ma è già partito il fuoco di fila contro il dialogo con il premier uscente. Micromega titola: mai più Berlusconi, mai più inciucio. Riprende la demonizzazione?
«Mi hanno accusato per cinque anni di aver barattato la legge sul conflitto di interessi per la bicamerale. È gente che non ha nemmeno sfogliato gli atti parlamentari. Opposti estremismi, Berlusconi da una parte, loro dall’altra. Sono campagne prive di verità, basate sul sospetto. Forme di linciaggio. Se tu hai un’opinione diversa sei un traditore, ti sei venduto l’anima. È il peggio della tradizione comunista degli anni Trenta. Io sono un uomo di sinistra ragionevole che cerca di impegnarsi per il bene del Paese».

Caro D’Alema,

nonostante non legga Micromega, mi sento uno dei massimalisti che la accusano di essersi svenduto in nome di un progetto folle, e sopratutto di continuare a svendere le sue idee al miglior offerente. Sono - e ne sono fiero - uno di quei massimalisti, come li ha definiti Facci sul Giornale, che legge con piacere Travaglio, un comunista anni ‘30, secondo lei.

La sua intervista mi ha molto irritato, e sembra aver irritato anche molti altri esponenti del centro sinistra. Anzichè fare autocritica per i tantissimi errori del passato (legge sul conflitto di interessi compresa) e del presente (vedi il mancato simbolo unico al Senato), lei apre all’avversario. Riuscirà ancora una volta a cosentire a Berlusconi di riciclarsi salvo poi venire sconfitti? Secondo me sì. Ed è proprio per questo che bisogna impedire che diventi Presidente della Repubblica.

Nelle parole che ho riportato sopra si scovano facilmente tre errori:

- Lei caro D’alema non è un uomo di sinistra: Nanni Moretti aveva ragione, lei qualcosa di sinistra non l’ha mai detto e quando l’ha detto l’ha prontamente ritrattato.

- E quand’anche fosse di sinistra, non ha mai cercato di “impegnarsi per il bene del paese”. Se si fosse impegnato davvero per il bene del paese avrebbe cercato di impedire che Berlusconi (o chiunque altro nella sua situzione di colossale conflitto di interessi e incompatibilità penale al governo) potesse governare il nostro paese. Invece sembra aver fatto di tutto per fare in modo che Berlusconi potesse prima candidarsi possedendo tre televisioni ed essendo accusato addirittura di strage, poi perchè potesse essere eletto conducendo una campagna elettorale troppo morbida e accondiscendente verso l’avversario nel 2001.

- io negli anni ‘30 non c’ero ma so che c’era Togliatti alla presidenza del Comintern e Gramsci viveva tra il carcere e l’esilio. Personaggi di simili caratura oggi si rivoltano nella tomba sapendo che lei è il loro successore. Lei che si definiva berlingueriano (e forse si definisce tale ancora oggi) da Berlinguer non ha imparato nulla, nemmeno ad allacciarsi le scarpe. Altrimenti dopo l’affare Unipol si sarebbe dimesso immediatamente.

Vede D’alema quello che lei non può capire è che la politica non è la’rte dell’inciucio per spartirsi il potere. Lei nella sua carriera politica non ha che fatto inciuci: a partire dalla follia bicamerale, che fallì miseramente, ma che ci è costata 12 anni di Berlusconismo. Per scolpire il suo nome nella storia italiana lei aveva rinunciato al tema giustizia in bicamerale, ha legittimato Berlusconi e preso in giro i suoi elettori.

Io non sono l’avvocato di nessuno: ma preferisco mille volte gente come Travaglio a lei. Preferisco chi resta fedele alle proprie idee e da esse ricava uno stile di vita, a gente come lei che organizza fronti bipartisan, salvo condurli inevitabilmente al fallimento e compromettere gli anni successivi.
Se davvero è di sinistra, se davvero ama il suo paese e vuole far il bene dell’Italia c’è solo un atto che deve compiere: dimettersi. Il paese le sarà grato.

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